La Flotilla verso Gaza. Il gesto che ci riguarda
“La forza è ciò che fa di chiunque le sia sottomesso una cosa.
È la suprema perversione del diritto”
(Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza)
La Flotilla non fa guerra a nessuno. È un atto di pacifismo attivo, concreto, che si affida al diritto internazionale come vela e bussola. Un gesto che non urla, ma resiste. Non cerca lo scontro, ma la giustizia. Non brandisce armi, ma coscienze.
Immaginatevi sulla nave. Il mare aperto davanti, il vento che sferza, la tensione che si taglia come pane duro. Ogni scelta è consapevole. Ogni manovra è un atto di coraggio lucido. Sanno che potrebbero essere fermati con la forza, arrestati, feriti, persino uccisi. Eppure avanzano. Non per incoscienza, ma per fedeltà a chi non può difendersi.
Il blocco navale su Gaza è una ferita aperta. Nessuna nave può entrare o uscire liberamente. Per i civili significa fame, ospedali senza scorte, scuole senza materiali. Immaginate un bambino che aspetta una cura, un medico che non ha più farmaci salvavita. Chi naviga per la Flotilla lo sa: sta rischiando la vita per questi invisibili, per chi è stato ridotto al silenzio.
Questo coraggio ha un nome: eroismo morale. Non cercano gloria né vendetta. Non fanno politica di parte. Chiedono soltanto che il mondo guardi. Che i potenti si ricordino del loro dovere. Che il diritto non resti lettera morta. E invece vengono insultati, derisi, sbeffeggiati. Ma continuano. Perché ciò che stanno facendo è più grande di qualsiasi attacco personale: è resistere all’ingiustizia, sfidare l’indifferenza, denunciare un genocidio in atto.
“La disobbedienza, in quanto atto di libertà, è il fondamento della giustizia”, ha detto Erich Fromm.
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La trappola di Crosetto
Non sono soli, quelli che navigano. In questi giorni, anche nelle sedi istituzionali, qualcosa si è mosso. Durante il discorso di Netanyahu all’Assemblea Generale dell’ONU, oltre cento diplomatici di più di cinquanta Paesi hanno lasciato l’aula in segno di protesta. Tra loro, il Brasile: la delegazione ha indossato la kefiah palestinese, camminando con passo fermo, portando con sé l’immagine dei bambini uccisi. Una processione discreta, una liturgia del dissenso.
Nell’aula dell’ONU, il mondo si divide. Chi si alza, chi resta seduto. L’Italia è tra questi ultimi. Immobile, silenziosa. Nessuna parola, nessun segno. Il corpo che non si muove diventa complice, anche senza volerlo. E mentre le barche affrontano il mare, mentre le piazze si riempiono di voci, la rappresentanza ufficiale tace.
Questa apparizione ci interroga. Chi parla davvero a nome nostro? Chi si alza, o chi resta seduto? Chi naviga, o chi osserva da lontano? Forse la vera diplomazia è quella che si espone, che rischia, che si fa corpo in cammino. Forse la coscienza collettiva si manifesta proprio così: in chi lascia l’aula, in chi prende il largo, in chi non accetta che il diritto venga calpestato.
Chi parte con la Flotilla ci insegna qualcosa di semplice e radicale: non voltarsi dall’altra parte è possibile. Anche quando tutti tacciono. Anche quando chi potrebbe agire resta immobile. È un gesto che parla al cuore e alla coscienza di ciascuno di noi. Ricorda che l’etica non è un lusso: è azione, è rischio, è vita. “La giustizia – ha scritto María Zambrano – è la tenerezza del coraggio”.