La Palestina e lo sciopero politico ritrovato
di Luca Cangemi -
L’Italia sta vivendo momenti eccezionali di mobilitazione diffusa su tutto il territorio nazionale e ha, a mio modo di vedere, ritrovato due tratti essenziali della migliore cultura politica e sociale del Paese, che parevano essersi persi per sempre.
Innanzitutto, la solidarietà alla causa palestinese come elemento di larghissima condivisione nazionale. Se nei decenni scorsi questo sentimento era espresso da un ampio arco di forze politiche, oggi assistiamo a un impetuoso moto popolare che si sviluppa contro l’intero apparato mediatico e istituzionale.
In secondo luogo, nel giro di pochi giorni, due grandi scioperi politici hanno restituito al nostro Paese uno strumento che pareva ormai essere patrimonio di ristrette avanguardie. E questo rappresenta un passaggio essenziale: lo sciopero politico è lo strumento, materiale e simbolico, con cui i lavoratori e le lavoratrici esprimono la loro autonomia di classe e perseguono non solo i propri interessi fondamentali, ma anche quelli della società intera.
E – come in questo caso – lo sciopero politico è il momento in cui, accanto al mondo del lavoro, scendono in campo altri settori sociali, parti del mondo intellettuale e, soprattutto, le giovani e giovanissime generazioni. Tanto più che questo ha un enorme valore quando avviene su questioni internazionali e si collega ad altre mobilitazioni nel mondo.
Perché è accaduto? Certamente per un moto di ripulsa nei confronti di un genocidio spaventoso, apertamente perseguito dallo Stato di Israele con la complicità e la copertura dell’intero Occidente – con il governo italiano tra i primi. Ma anche perché vi è una percezione netta, istintiva e largamente diffusa: quella secondo cui la cappa totalizzante di ipocrisia politica e mediatica con cui è stato gestito il genocidio di Gaza – e affrontate le avventure militari di Israele, dal Libano all’Iran – altro non rappresenta se non la conferma che l’identificazione con il modello sionista è il tratto unificante delle classi dirigenti occidentali.
Classi dirigenti che devono essere contrastate per evitare la guerra e per poter sperare in una vita migliore.
Nulla di ciò che accadrà domani è scontato, o forse nemmeno prevedibile, ma questi giorni aprono grandi speranze.