Siamo come albatros derisi dai marinai

Frenchky Brecevich (Lucca, 1951) "Senza titolo" 1995 - olio e protopolicromagrafia su faesite, cm 13 x 10

di Nino Gussio -

Chi siamo. Avere cultura, gusti, desideri, bisogni, predilezioni, appartenenza sociale basta per sapere chi siamo?

La coscienza, che si dibatte nell'ambiguità del male e del bene, delle pulsioni d'odio e nei desideri d'amore è in grado di mantenere una costante e definita identità?

L'eccesso, l'oltre del nostro essere che sfugge all'autoconsapevolezza probabilmente potrebbe darci un'identità stabile che è oltre il sapere; non è sufficiente il cogito cartesiano.

Sappiamo di essere fatti della materia delle stelle, di essere parte di un tutto, che l'energia che ci anima è eterna ed infinita. Sappiamo anche che siamo anelanti di una felicità edenica che è impedita, che non può nascere dalle nostre distopie per le quali alimentiamo carneficine e devastazioni. Non è nell'interiorità che scopriamo il nostro essere ma nelle relazioni. Esso è come l'aria, come la luce che si propagano secondo la loro natura. Se siamo relazione e ci irraggiamo dalla nostra corporeità e percepiamo (presentiamo) l'ineffabilità del divino non conta definire l'essere individuale, conta l'esserci, come autoconsapevolezza, nel tutto.

Ogni uomo non nasconda la lampada dell'anima, né farla spegnere dall'infuriare del male, la accosti al volto della persona amata, del viandante che incontra durante il cammino.

Concettualizzare non è mai all'altezza dell'Educazione del principiante tramite lo spirito delle cose" (l'onda del porto di Mario Trevi).

A questo tipo di educazione a molti di noi è precluso l'accesso. Siamo come l'albatros di Baudelaire che sulla tolda della nave cammina sbilenco ed è deriso dai marinai.

Noi siamo derisi dalla storia di sempre e dagli avvenimenti di oggi che sono la negazione del dover essere. Eppure il fulgore della bellezza non ci ha abbandonato, semina in noi e fiorisce. Ma nessuna salvezza è possibile se non ci votiamo al bene. Volere il bene non secondo le appartenenze, i credi, le ideologie, gli egoismi e i conformismi di varia natura è la perenne rivoluzione a cui siamo chiamati. Al centro del bene, della permanente, quotidiana rivoluzione vi sia l’elemento creaturale per sottrarci alla tirannide della natura e all’ottusità dell’umanità.

E’ necessario uscire dagli schemi mentali per essere, grazie alla coscienza, alle facoltà intellettuali, liberati dalla volontà di potenza e per poter accogliere il sentimento di fragilità che è inerente ad ogni essere vivente.

Amare, comprendere curare l’umana fragilità, sentire un comune destino con tutte le creature soggette come noi alla precarietà della vita e alla ineluttabilità della morte è andare oltre le leggi della natura, essere parte dell’eterno divenire che tutto muta nella permanenza dell'essere, originato dal nulla, affinché il bene sia la manifestazione del divino.

Non abbiamo verità, siamo nella verità per cui anche l'ateismo, posto come problema umano, è ricerca di verità.

 

COMMENTI

Un testo profondo, che invita a cercare l’identità non nell’introspezione ma nella relazione. L'essere non è un possesso ma un irraggiamento, un fluire che ci lega agli altri e al tutto. È una prospettiva quasi mistica, ma anche etica. Mi ha toccato l’immagine dell’albatros: simbolo della fragilità umana che, pur derisa, conserva la grazia del volo. La tua riflessione che mi sembra più bella è quella che ci ricorda che solo amando e comprendendo la fragilità — nostra e altrui — possiamo accostarci al bene e alla bellezza che ancora ci abitano.
Sono proprio d'accordo, amare la fragilità non è debolezza, ma la forma più alta di forza spirituale.

Barbara Smedili