La Thatcher del Sol Levante

La Thatcher del Sol Levante

di Luca Cangemi -

L’elezione di Sanae Takaichi a Primo Ministro del Giappone rappresenta un evento rilevante, che al tempo stesso segnala e accentua alcune tendenze in atto in un Paese cruciale per l’economia mondiale, che sembra anche in cerca di un ruolo politico più attivo, in particolare nel delicato scenario asiatico. Tutto ciò nonostante il Paese sia afflitto da gravi problemi sociali interni, manifestati da una lunga crisi politica. Crisi di cui l’elezione stessa di Takaichi è sintomo: è arrivata al termine di un acceso confronto interno al Partito Liberal Democratico (LDP), forza egemone della politica giapponese da decenni, e dopo un rimescolamento di alleanze che ha permesso la formazione del nuovo governo – ma senza garantire una maggioranza solida.

L’ascesa alla massima carica politica del Giappone, per la prima volta da parte di una donna, ha monopolizzato l’attenzione dei media internazionali, suscitando facili paragoni con Margaret Thatcher e curiosità sulla sua passione per le moto e l’heavy metal. Tuttavia, al di là della superficialità della stampa occidentale, è opportuno riflettere con maggiore attenzione su una figura politica che potrebbe rappresentare un ulteriore passaggio dell’Occidente – di cui il Giappone, per storia e orientamento strategico, fa parte a pieno titolo – verso una linea di bellicismo estremo, per di più proprio alle porte della Cina.

La biografia di Sanae Takaichi mostra innanzitutto un elemento ormai comune alle classi dirigenti dell’Occidente: legami personali e politici con gli Stati Uniti. Come Ursula von der Leyen o Benjamin Netanyahu, anche Takaichi ha compiuto tappe fondamentali della sua formazione politica e personale negli USA. Alla fine degli anni ’80 è stata assistente della congressista americana Patricia Schroeder, e al suo ritorno in Giappone ha costruito la propria dimensione pubblica anche grazie a iniziative editoriali legate a quell’esperienza.

Entrata in Parlamento tra le fila del Partito Liberal Democratico, ha avviato una lunga carriera politica, ricoprendo numerosi incarichi di governo – tra cui il Ministero dell’Interno e ministeri chiave legati alla tecnologia, un settore cruciale per la società giapponese.

Oltre ai ruoli istituzionali, Takaichi è membro della Nippon Kaigi, una potentissima organizzazione lobbistica di estrema destra. Questa promuove un radicale revisionismo storico, che nega crimini accertati del Giappone imperiale, come il massacro di Nanchino e la schiavitù sessuale delle “donne di conforto”. Inoltre, considera illegittimo il Processo di Tokyo (l’equivalente asiatico di Norimberga), promuove una visione iper-tradizionalista dei valori e sostiene modifiche costituzionali che consentano la rinascita della potenza militare giapponese.

È probabilmente la Nippon Kaigi la spiegazione del legame stretto tra Takaichi e una delle figure più influenti del Giappone recente: l’ex Primo Ministro Shinzo Abe, assassinato in circostanze ancora poco chiare da un ex militare nel 2022. Oggi Takaichi raccoglie pienamente l’eredità politica di Abe. Ma con quale idea di Giappone?

Un Giappone che si richiama apertamente alla tradizione imperiale, che rivaluta senza remore le passate avventure militari, e che accentua tendenze razziste nei confronti degli altri popoli asiatici e dell’immigrazione. Immigrazione che, paradossalmente, il Giappone – in piena crisi demografica – ha sempre più bisogno di accogliere. Un Giappone ultraliberista in economia, ma disposto ad aumentare la spesa pubblica; soprattutto, un Giappone che si sta riarmando a ritmi accelerati, arrivando persino a mettere in discussione il tabù dell’arma nucleare in un Paese che ha conosciuto Hiroshima e Nagasaki.¹

Lo scenario geopolitico in cui tutto questo si inserisce è quello del progetto statunitense di contenimento della Cina in Asia. Progetto oggi indebolito dai rapporti complicati con l’India, e in cui il Giappone cerca di ritagliarsi uno spazio autonomo. Anche da questo punto di vista, Takaichi ha posizioni molto decise, in particolare su una questione estremamente delicata: Taiwan.

L’attuale Primo Ministro ha rapporti strettissimi con Taipei. La sua ultima visita risale ad aprile 2025, durante la quale si è spesa per rafforzare i legami non solo politici, ma anche militari e di intelligence. Una sfida provocatoria nei confronti della Repubblica Popolare Cinese.²

Ad oggi, l’elezione di Sanae Takaichi rappresenta certamente un punto a favore della strategia americana anticinese, ma non si tratta di uno scenario scontato e privo di contraddizioni. Il Giappone, pur non avendo più la forza economica di qualche decennio fa – quando l’imprenditore Donald Trump lo indicava come “nemico numero uno” prima ancora dell’URSS – resta un competitor rilevante degli Stati Uniti. Le dispute commerciali, ad esempio sui dazi, non sono meno complesse rispetto a quelle con l’Unione Europea. Anche sul piano geopolitico, un protagonismo eccessivo da parte del Giappone potrebbe risvegliare antiche diffidenze negli USA, che non dimenticano certo la storia del Novecento.

In ogni caso, l’ascesa della signora Sanae Takaichi va osservata con la necessaria, preoccupata attenzione, in un mondo sempre più vicino all’orlo dell’abisso della guerra.