Dalla condiscendenza alla coscienza di luogo

Immaginari e futuro nelle aree interne italiane

Dalla condiscendenza alla coscienza di luogo

di Fabrizio Ferreri -

Le aree interne italiane sono spesso raccontate come luoghi da salvare. Eppure, dietro la retorica della rinascita, continua a operare una narrazione urbano-centrica potente e pervasiva. Nel piccolo centro siciliano dove ho condotto alcune ricerche, metà dei giovani tra i 16 e i 25 anni dichiara di desiderare “una vita come in città”. È la conferma che lo spopolamento non dipende solo da fattori economici o infrastrutturali, ma anche da una questione culturale e simbolica. Questa egemonia dell’immaginario urbano-centrico – come da tempo ragioniamo all’interno del progetto di ricerca GESI, Geography and Social Inequality in Italy (https://www.gesi-project.it/) – rende le aree interne culturalmente subalterne, ancor prima che economicamente marginali.

In questo quadro si inserisce il concetto, mutuato da Appadurai, di “condiscendenza”: una forma di relazione ambivalente nei confronti del sistema culturale ed economico dominante, che si caratterizza per un duplice movimento di attrazione e repulsione, dipendenza e rifiuto. I soggetti e i territori subalterni, come l’antropologo indiano suggerisce in Il futuro come fatto culturale (ed. or. 2013), navigano tra modelli, valori e dispositivi egemonici cercando varchi e margini di agency. La “condiscendenza” è esattamente questo movimento contraddittorio: i territori marginali condannano il sistema che li ha spogliati, ma ne riproducono modelli e codici. In molte aree interne italiane, come ultimamente evidenzia anche il film La vita va così di Riccardo Milani, il richiamo allo sviluppo passa ancora per le stesse categorie che le hanno marginalizzate: velocità, modernità performativa, competizione (Pazzagli, 2024). Così, paradossalmente, anche le strategie più avanzate di rilancio finiscono per perpetuare una relazione di subalternità simbolica, senza decostruire l’immaginario di fondo. Si condanna il modello dominante, ma lo si assume come riferimento per ogni possibilità di riscatto.

Lo stesso Appadurai invita a rovesciare il punto di vista. Il futuro non è solo un orizzonte tecnico o pianificabile, ma un fatto culturale: qualcosa che si costruisce nella sfera dell'immaginazione collettiva – dell’utopia concreta – attraverso simboli, narrazioni, aspirazioni. In particolare, l’antropologo indiano parla di “capacità di aspirare” (capacity to aspire), risorsa fondamentale ma distribuita in modo profondamente diseguale. Le classi più vulnerabili, i territori marginalizzati, non solo hanno meno accesso alle risorse materiali, ma spesso sono privati degli strumenti culturali per articolare orizzonti collettivi credibili. Senza capacità di aspirare – cioè senza linguaggi, immagini, esempi, esperienze in grado di tradurre l’esistente in un orizzonte trasformativo – nessuna strategia di sviluppo può avere esito durevole. Il problema, allora, non è solo di mezzi, ma di immaginazione (Ferreri et al., in uscita), di immaginazione politica. Bisogna creare spazi e condizioni in cui le comunità possano non solo partecipare, ma immaginare il proprio futuro. Questo diritto non si esercita attraverso bandi o progetti singoli, ma attraverso la capacità di nominare e rappresentare alternative: di raccontarsi fuori dai dispositivi dominanti, di articolare linguaggi altri, di dotarsi di architetture cognitive proprie. In questa prospettiva, immaginario e istituzionalità diventano due facce della stessa medaglia: non può esistere capacità istituzionale senza capacità immaginativa, e viceversa.
Occorre allora uno spostamento di asse. Non è sufficiente agire soltanto sulle infrastrutture materiali: è necessario intervenire prioritariamente sulla “coscienza di luogo”. Un concetto, quest’ultimo, che si richiama al territorialismo, a Becattini e Magnaghi, e che propone una riformulazione in chiave culturale e territoriale della vecchia coscienza di classe. Coscienza di luogo significa riconoscere e “aprire” l’identità profonda dei territori, fatta di saperi, paesaggi, memorie, relazioni, ma anche di conflitti, spaesamenti, contraddizioni (Teti, 2022). Non si tratta di una posizione nostalgica o regressiva: la coscienza di luogo non è ritiro nel passato, ma condizione per leggere criticamente il presente e immaginare un futuro situato, non mimetico del modello urbano.

Il rischio, per le aree interne, è di diventare una riserva simbolica della città: luogo di espiazione green, di turismo finto-relazionale, di consumo culturale elitario. Una funzione ancillare che nega la possibilità di una centralità propria. Per questo è importante distinguere tra uso e riconoscimento (Taylor, 2005), si può, infatti, usare un luogo senza riconoscerlo. Ed è proprio il riconoscimento che deve diventare il cuore delle politiche territoriali: riconoscimento delle soggettività che abitano, che resistono, che tornano, che trasformano.

Come indicato dall’Associazione Riabitare l’Italia sin dalla sua nascita (De Rossi, 2018), la rigenerazione delle aree interne non è solo una questione di sviluppo: è una questione di sguardi. Cambiare lo sguardo significa cambiare la posizione da cui si guarda, ma anche restituire ai luoghi la possibilità di guardarsi da sé. Un luogo che riesce a immaginarsi diversamente riesce anche a trasformarsi. L’immaginario non è evasione, è istituzione di un possibile. Ed è in questo scarto dal reale – caratteristica sorgiva dell’utopia – in questa capacità di disallineamento, che risiede oggi la posta più alta della politica per i territori marginalizzati.