L’illusione del Ponte sullo Stretto e il “suicidio assistito” di Messina

L’illusione del Ponte sullo Stretto e il “suicidio assistito” di Messina

di Luca Rondi -

Da quasi trent’anni Gino Sturniolo si batte contro il Ponte sullo Stretto di Messina. Prima da attivista -è tra i fondatori del movimento No Ponte- poi in politica, dove è stato consigliere per metà mandato della giunta guidata da Renato Accorinti e poi candidato sindaco nel 2022. Sabato 29 novembre tornerà in piazza in una manifestazione che raccoglierà nella città dello Stretto persone da Sicilia e Calabria e anche oltre.

Da attento conoscitore del tessuto sociale e della politica Sturniolo non ha dubbi: “Per Messina l’idea del Ponte è molto più pericolosa del Ponte stesso -racconta ad Altreconomia– da trent’anni viviamo in un limbo in cui ogni idea, ogni proposta di rilancio economico dipende da un progetto che poi non si realizza mai e, anche se comincerà, bloccherà la città per anni e anni. Questo è il punto: stiamo perdendo tempo dietro a un’illusione, un incubo, e le conseguenze le stiamo già pagando ora”.

Sturniolo, ci aiuti a capire meglio. In che senso il Ponte è un’illusione per Messina?
GS Più questo territorio è diventato marginale da un punto di vista produttivo più l’idea della grande opera appare come l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi immaginando una città che attraverso il Ponte riuscirà a tornare protagonista. Su questa aspettativa si fa leva per tentare di costruire il consenso sull’opera.

Un tentativo che dà frutti?
GS Da sempre la città è stata molto divisa, alcuni sono a favore altri no. Paradossalmente quando il Ponte è lontano ci sono più persone a favore mentre quando si “concretizza” crescono i contrari. Perché quando si cominciano a vedere i cantieri in città si prende coscienza che quella struttura non cade magicamente dall’alto ma ha un impatto quotidiano sul territorio. La prima conseguenza dei lavori, infatti, è che modificano le abitudini delle persone: per anni “banalmente” una delle due strade che percorrevi tutti i giorni per andare al lavoro viene chiusa per il passaggio dei camion, tu devi farne un’altra che è molto più congestionata e impieghi un’ora al posto che venti minuti. All’elemento quotidiano, in termini di consenso attorno all’opera si aggiunge una sfiducia generalizzata nei confronti delle istituzioni. Proprio perché una città cantierizzata è un inferno, l’idea che i lavori possano protrarsi per anni spaventa molto le persone. Quindi anche chi idealmente potrebbe essere d’accordo poi si oppone perché ha paura che durino in eterno. Facendo volantinaggio in città l’impressione è che la maggioranza questo Ponte non lo voglia.

Questo è il piano “locale”. Se ci spostiamo a un livello nazionale, qual è la sua impressione?
GS Nessun governo, a prescindere dal colore politico, si è mai schierato apertamente contro quest’opera. A mio avviso funziona così: se sei all’opposizione ne fai un cavallo di battaglia ma se ti eleggono e hai la possibilità di fermare una volta per tutte il progetto ti guardi bene dal farlo. La società concessionaria per la progettazione e costruzione del ponte, Stretto di Messina Spa, per esempio, non è stata liquidata definitivamente da ben sette governi che sono stati in carica tra l’ultimo esecutivo guidato da Silvio Berlusconi e l’attuale di Giorgia Meloni. E alcuni erano di centro-sinistra.

Gino Sturniolo

Perché secondo lei?
GS Perché il Ponte è un dispositivo politico-finanziario. Il punto non è più, a mio avviso, se un giorno riusciranno a farlo. Perché a nessun politico interessa davvero vedere l’opera realizzata. Quello che conta, al massimo, è riuscire a dimostrare di aver fatto un passo concreto. Se per la destra è un’idea compatibile con l’identità liberale, per la sinistra credo sia semplicemente la mancanza di un’alternativa. Alla fine ti “siedi” sull’idea di quella grande opera perché non hai di meglio da offrire a un territorio che stai contribuendo a far morire.

Messina sta morendo?
GS La promessa della posa della prima pietra fu fatta da Bettino Craxi nel 1984. Significa 41 anni in cui a periodi alterni rispunta questa idea. Stiamo ragionando molto su quanto sia efficace dare battaglia da un punto di vista tecnico-ambientale rispetto al Ponte. Magari tra quarant’anni esisteranno delle tecnologie che effettivamente permetteranno di farlo ma il punto è un altro. In questi quarant’anni che facciamo? La città come sopravvive? Siamo passati in pochi anni da 250mila abitanti a 216mila, i giovani se ne vanno.

La maggioranza della città sarebbe contraria però allo stesso tempo in molti sperano di poter guadagnare qualcosa dal progetto, sbaglio?
GS Quando si parla di un progetto simile in un luogo come Messina ognuno immagina di potersi ritagliare il proprio pezzettino. Se faccio l’avvocato con gli espropri, se faccio l’ingegnere posso sperare in un piccolo pezzo di lavori, e così via. Vincenzo Franza, titolare della principale azienda che gestisce il trasporto nello Stretto, qualche mese fa ha detto che la città può avvantaggiarsi dal Ponte o finirci sotto. Per questo ha creato una sorta di consorzio di aziende che gestiranno una serie di attività di supporto: lavanderie per le tute da lavoro degli operai, fornitura di materiale e addirittura bungee jumping dal pilone. Stiamo parlando di briciole e di un’economia povera che durerà al massimo il tempo dei lavori a fronte di impatti sul territorio molto pesanti di cui abbiamo già qualche esempio.

Quali?
GS Penso ai lavori per il raddoppio ferroviario tra Fiumefreddo (CT) e Giampilieri (ME). Per realizzarla si stanno scavando un quantitativo di chilometri simile a quanto avverrà per il Ponte e la carovana di camion per strada è già visibile fino in città perché il materiale di scarico viene portato in una discarica di un quartiere di Messina ad alta densità urbana con strade molto strette. Con grandi disagi e problemi gravi: a inizio novembre un ciclista è morto finendo sotto un tir. Sempre su quei lavori, poi, a fine 2024 si è scoperto che la società di costruzione Webuild Spa, la stessa del Ponte, ha accumulato in un’area tra i quartieri messinesi di Contesse e di villaggio Unrra oltreché in una cittadina della litoranea ionica materiali di scarto che contenevano un quantitativo di arsenico oltre la soglia stabilita per legge che provenivano dagli scavi fatti per la galleria Sciglio a Nizza di Sicilia (ME). La notizia è diventata pubblica diverse settimane dopo che le analisi erano state fatte e nel Comune di Nizza non c’è stata acqua potabile per l’elevata concentrazione di metalloidi, anche se Webuild sostiene che non sia stata intaccata la falda acquifera. Quell’esempio racconta di quello che potrebbe succedere con il Ponte. L’azienda, peraltro, è la stessa.

Restiamo su Webuild. Qual è il ruolo del colosso in questo contesto?
GS Faccio una premessa. Oggi il Ponte non è più un project financing per cui pubblico e privato hanno una compartecipazione sulle spese e sui profitti. Oggi il finanziamento è interamente pubblico: Webuild non è più l’investitore ma solamente la società che esegue e realizza il progetto. In una città come Messina se arriva un’impresa così grossa è lei a dettare le regole e diventa il dominus, anche nella relazione con gli altri soggetti privati. Anche perché porta “tutto da fuori”: tecnici, ingegneri, lavoratori e così via. Sembra che investa sul territorio ma non è così: senza “compartecipazione” Webuild esegue il lavoro e basta, non ha un capitale di rischio in quello che fa. Anche su questo, come detto prima, tutto è una breve illusione.

Le illusioni svaniscono dopo un po’ ma quella del Ponte dura da anni. Quali effetti concreti ha sulla città?
GS Si sottovaluta, d’altronde, una cosa importante. Messina è progettata senza Ponte e su quell’idea di città sono stati ottenuti dei finanziamenti. Ora ci si ritrova con un progetto molto invasivo che li mette inevitabilmente in discussione. Ipotizzo: se hai un finanziamento per fare una pista ciclabile ma non puoi più farla perché in quel tratto di strada devono passare i tir per i prossimi otto anni, quel finanziamento lo perdi. Magari però dietro quel pezzo di ciclabile c’era un’idea di viabilità diversa in quel quartiere e così via. Per questo insisto sul fatto che il punto non è “il Ponte non lo faranno mai” ma anche “banalmente” entro quando verrà fatto. Alla politica nazionale interessa mettere la prima pietra, spendere i soldi già impegnati a bilancio, far vedere che inizi. In tutto questo però ci si dimentica della città, delle risorse impiegate, dei disagi, dell’impossibilità di immaginare un futuro perché questo Ponte non puoi sapere se ci sarà o meno ma sai però che quei cantieri renderanno il “quotidiano” e la progettazione di ciò che avverrà molto difficile. A Messina fa più paura l’idea del Ponte che il Ponte in sé. Da più di trent’anni è come se fosse in atto un lento suicidio assistito.