Il corteo No Ponte invade Messina: «È un imbroglio per drenare risorse»

Il corteo No Ponte invade Messina: «È un imbroglio per drenare risorse»

«Giù le mani dallo Stretto, scendi in piazza è un tuo diritto! Il 29 novembre Messina ci chiama per difendere un’anima». Le note del collettivo musicale anonimo Strong Words rimbombano dalle casse montate sui furgoni che punteggiano il corteo. È il brano-inno della mobilitazione partita due mesi fa. E se «Messina chiama» il popolo “nopontista” risponde in massa. È da 25 anni che è così. Ma stavolta è diverso.

Il parere della Corte dei conti del 29 ottobre e le motivazioni della bocciatura pubblicate giovedì scorso rendono la giornata particolare. È la più grande manifestazione No Ponte sulla sponda sicula che si sia mai vista. Si è commosso ieri Renato Accorinti pensando a «quando eravamo in quattro e ora siamo in decine di migliaia». Fino a ieri mattina l’ex sindaco della città peloritana volantinava in piazza Castronovo come un militante qualunque. «È meraviglioso vedere tutta questa gente. Una mobilitazione dal basso sedimentata in lunghi anni – racconta al manifesto -. I due terzi del popolo italiano stanno con noi. Se apriranno anche un solo cantiere lo occuperemo. Il decreto sicurezza, cucito su misura contro di noi, non ci spaventa».

Il primo cantiere vorrebbero aprirlo a Capo Peloro. È il punto più vicino alla Calabria, 3,6 chilometri appena. I messinesi lo chiamano Punta del Faro perché costituisce il finis terrae, la punta estrema nord orientale della Sicilia, lì dove finisce la terra e inizia il mare. Correnti opposte, quelle che qui chiamano rema scinnenti e rema muntanti, lo rendono un posto unico. È questo l’habitat naturale messo a rischio dal progetto e annotato dalla Corte nelle motivazioni. Il comitato No ponte Capo Peloro sfila in corteo insieme alle cento realtà che hanno promosso ieri la giornata di lotta. A poche decine di metri transita il comitato Titengostretto di Villa san Giovanni. Sono le due sponde che si abbracciano, in un ponte vero, di condivisione e fratellanza.

In centinaia sono sbarcati dalla Calabria. Arrivano in molo alle 14 e in corteo si dirigono a piazza Castronovo. A quel punto gli spezzoni si contaminano: le aree libertarie, gli ecologisti, i centri sociali, le reti territoriali, le centrali sindacali, i movimenti studenteschi e i partiti. Sfilano i gonfaloni dei comuni. Non c’è quello di Messina. Tramontata l’era Accorinti, l’attuale sindaco, Federico Basile, è un ultrà del Ponte. Un serpentone infinito. Lo apre lo striscione blu «Lo Stretto non si tocca». Dalle finestre di via Garibaldi sventolano i vessilli No Ponte. A differenza di altri cortei nopontisti stavolta i partiti sono arrivati con i big. Oltre al “veterano” Angelo Bonelli di Avs, manifesta anche Elly Schlein. È la prima volta per un segretario nazionale dem: «Le motivazioni della Corte lo spiegano bene: siamo di fronte a una violazione delle direttive europee. Il governo fermi il progetto» attacca. In alcune aree del movimento la calata dei big è stata letta come una “passerella”.

È il motivo per cui, a un certo punto del percorso, all’intersezione con via Cesare Battisti, mentre il grosso del corteo sciama verso il Duomo, uno spezzone prosegue su via Loggia dei Mercanti, per culminare in piazza Unione Europea per un concerto conclusivo. Una separazione consensuale e concordata tra le due anime. «Ma senza astio» sottolinea – Peppe Marra, storico animatore della lotta nopontista – il movimento si è allargato ed è un bene. Ma preferiamo un corteo di popolo e non di sigle. Per questo abbiamo deciso di concluderlo in un’altra piazza. La grande partecipazione ci dà speranza per il futuro».

Webuild dice di aver già pubblicato 2.200 offerte di lavoro per i cantieri con migliaia di adesioni. Salvini annuncia per domani una riunione a palazzo Chigi sul tema. Ma qui in pochi ci credono. «Fanno leva sul disperato bisogno di lavoro – spiega Delio Di Blasi, dirigente Cgil Calabria e messinese di nascita -. Si tratta di un imbroglio lungo mezzo secolo per continuare a drenare risorse pubbliche. Ho studiato qui e ricordo già negli anni ‘80 il presidente della società Stretto di Messina, Nino Calarco, decantare le magnifiche sorti del ponte». Gli fa eco Pietro Patti segretario Cgil Messina: «Nessuno dice che si perderebbero quasi 4mila posti a tempo indeterminato tra ferrovie, Blujet, Caronte e servizi». Quando inizia a far buio la piazza della Cattedrale si riempie. «Lo dice il pescespada, lo dice il capodoglio, io il ponte non lo voglio» scandiscono gli attivisti. «Siamo in 15mila» dicono gli organizzatori. E non finisce qui.