Il no al referendum è la miglior garanzia per la separazione dei poteri

Il no al referendum è la miglior garanzia per la separazione dei poteri

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La deplorazione per il fenomeno, ormai inarrestabile, del rifiuto di partecipare alle elezioni politiche è comprensibile. E vale anche se le motivazioni offerte dalle forze politiche negli ultimi decenni hanno spesso favorito il disimpegno. Questa comprensione è però più forte rispetto al caso di chi si astiene dal voto su temi settoriali e tecnici, come nel referendum costituzionale sulla separazione tra giudici dell’accusa e del giudizio, invece dell’unità costituzionale della categoria.

Anche chi, per orientamento civico personale, considera la partecipazione al voto comunque come una responsabilità generale e permanente, si può trovare a oscillare fino all’ultimo tra le opzioni di merito possibili – il sì o il no, in questo caso –, nella ricerca di qualche connessione con temi generali: quale si manifesta, nel caso del voto imminente, il principio guida della pluralità dei poteri costituzionali, dell’autonomia reciproca tra gli stessi, dell’esclusione imprescindibile di un potere gerarchicamente dominante sugli altri.

Nel caso di specie, l’attenzione va rivolta alla relazione tra potere esecutivo e giurisdizione, come dimostra l’attenzione della campagna governativa per il sì a negare qualsivoglia intento di prevaricazione del governo sulla magistratura. Così come, per converso, la correlata preoccupazione, nei contrari alla legge costituzionale, che la riforma possa produrre un’influenza governativa sulla giustizia. In linea di massima, in assenza di prove, siamo nel territorio sfuggente dei processi alle intenzioni, nell’un caso e nell’altro.

Capita a volte, a facilitare l’orientamento finale degli indecisi e a sciogliere la loro incertezza, che il timore della prevaricazione di un potere si manifesti o si rafforzi durante la campagna elettorale. Questo sembra essere il caso della campagna in corso, a quasi due mesi dalla data del voto. In due recenti, ma convergenti occasioni, l’opinione pubblicamente espressa da due tra i principali esponenti dello stesso governo ha orientato verso un “no” alla riforma.

Dapprima, in modo evasivo e indiretto, è intervenuto il ministro della Giustizia Carlo Nordio, promotore della legge e a sua volta magistrato con un prestigioso passato professionale. Ha ventilato che qualsiasi maggioranza, attuale o futura, di qualsivoglia tendenza, si vedrebbe rafforzata, con questa riforma, nei confronti di una presunta – e non negata – controparte giurisdizionale. Ben più esplicito, in sede pubblica e senza bisogno di interpretazioni, è stato il vicepresidente, dei due quello saggio e attendibile, del Consiglio dei Ministri, nonché capo della diplomazia. Ha indicato come obiettivo della riforma il trasloco della polizia giudiziaria dalla tradizionale dipendenza dalla pubblica accusa, il pubblico ministero, alla casa madre governativa, che amministra, gestisce e guida l’insieme delle rimanenti forze dell’ordine.

Con il trasloco prenderebbe corpo e vita, d’incanto, la certezza della dipendenza della magistratura d’accusa dall’esecutivo, sul modello di numerose democrazie, non dotate di una Costituzione previdente e provvidente come la nostra, nata dall’obiettivo ossessivo del rigetto totale del rischio di una nuova dittatura. E mai accettata, sin dalla sua entrata in vigore, da quella che si trova, in questo momento storico, alla guida del governo del Paese: che esibisce oggi un generico giuramento nelle mani del Capo dello Stato all’atto della formazione del governo, e null’altro, come restaurata affinità con la Carta costituzionale.

Su queste basi, oggi l’orientamento di voto passa da incerto a negativo: pur con la dovuta attenzione alla ancora lunga campagna, e alla considerazione che la separazione dei poteri è perfetta nella costruzione della nostra Carta, ancora integra nel suo testo originario. Ma lo è assai meno nella pratica istituzionale, che risente dello snodo della nostra vita repubblicana: quel crocicchio che vede intrecciati, nei primi anni Novanta del secolo scorso, i referendum elettorali di Mario Segni, nel segno della riduzione funzionale della centralità delle Camere nella vita istituzionale; la “vittoria” della magistratura milanese contro le pratiche corruttive della politica nazionale, sgominate; la traduzione degli obiettivi istituzionali dei referendum in una lotta contro il sistema parlamentare, con l’inizio dell’epopea berlusconiana e da parte del protagonista della stessa. Diretta, in nome degli interessi del nuovo astro della politica nazionale, a una sterilizzazione dei capisaldi della Costituzione, il sistema parlamentare e l’ingombrante influenza della figura del Capo dello Stato, garante della stessa Costituzione, a favore della centralità del governo.

Epopea che realizzava la presa di possesso da parte del governo delle stesse prerogative del Parlamento: a partire e compreso lo stesso procedimento legislativo, di cui le Camere e i parlamentari venivano deprivati, addirittura nella sede di formazione dei testi, e nel diritto di deputati e senatori di presentare e votare nel merito articoli, emendamenti e testi finali: il tutto riassunto in una serie di inchini al governo sotto forma asfissiante e ingiustificata di voti di fiducia.

La relazione tra le due principali istituzioni è venuta semmai ulteriormente peggiorando, fino a oggi: con la desolante tristezza di non potere rendere omaggio a nessun difensore della troppo elogiata e poco rispettata opera dei padri costituenti, nemmeno tra i partiti con le radici nella Costituzione.

Stessa sorte, almeno nelle intenzioni dei governi, quale più quale meno, veniva e viene prospettata e perseguita nei confronti della libertà di espressione e informazione. Un no al referendum, oggi, trova quindi una pluralità di motivi, pesanti e addirittura drammatici se rapportati alla sorte di tante democrazie, a partire dalla principale, quella americana, e dal dominio di un terzetto di autocrati, incluso proprio quello che guida gli Stati Uniti. Senza bisogno di aggiungere altro.