L’omicidio di Rogoredo è uno svelamento: sulle polizie servono tutti i “se” e tutti i “ma”
di Lorenzo Guadagnucci -
Un crudele omicidio, un’impressionante messinscena, una catena di falsificazioni: la vicenda di Rogoredo, ora che i magistrati ne hanno chiarito i probabili contorni, ordinando il fermo dell’agente che ha ucciso Abderrahim Mansouri, ci ricorda, ancora una volta, quanto siano distorte le relazioni fra le nostre forze dell’ordine e il resto della società. Sulle prime, l’uccisione di quello che è stato rappresentato come il “pusher marocchino” è stata trattata dai media e dalla politica com’è ormai d’uso.
Il racconto dei fatti ripreso senza esitazioni dai verbali di polizia, la tesi della legittima difesa somministrata prima che si possano avanzare dubbi o richieste di approfondimento, ministri e altri “imprenditori politici della paura” che si affrettano a trarre drastiche conclusioni, dichiarandosi “sempre dalla parte della polizia, senza se e senza ma” e accelerando l’iter parlamentare dell’ennesimo “Decreto sicurezza”. Misura che stavolta contiene la “perla” del cosiddetto scudo penale, una norma che vorrebbe “proteggere” gli agenti dagli automatismi, come l’iscrizione nel registro degli indagati, previsti per i comuni cittadini (una procedura ordinaria che stavolta ha portato dall’ipotesi di legittima difesa all’arresto per omicidio volontario).
L’omicidio di Rogoredo, dunque, è uno svelamento. Mostra in controluce le mancanze, le ipocrisie, le debolezze strutturali delle nostre forze dell’ordine. È un caso di cronaca che diventa caso di scuola. Obbliga -o almeno obbligherebbe, se qualcuno volesse parlarne in pubblico senza i consueti toni compiacenti- a sviluppare un discorso critico sulle polizie italiane, non di rado coinvolte in casi di violenze e abusi di potere anche gravissimi, eppure ancora prive di istituzioni, procedure, percorsi formativi, prassi amministrative che paiono essenziali se l’obiettivo è punire e soprattutto prevenire le illegalità.
In Italia, per esempio, non esiste un registro dei reati (anche comuni) compiuti dagli agenti, eppure un repertorio del genere aiuterebbe a monitorare lo stato di salute democratica del corpo e magari a prendere contromisure preventive di fronte a casi di agenti troppo “intraprendenti”. Non esiste un’autorità indipendente di tutela dei diritti umani cui il cittadino possa rivolgersi per denunciare abusi compiuti da persone in divisa.
Mancano i più elementari accorgimenti di trasparenza e assunzione di responsabilità: i codici identificativi sulle divise, le bodycam usate in modo sistematico e secondo protocolli aperti. Non ci sono regole certe sui procedimenti disciplinari, le sospensioni ed eventuali rimozioni in caso di rinvii a giudizio e condanne in sede penale. Più in generale, mancano sia un’attitudine all’ascolto e all’autocritica, sia un’apertura allo sguardo esterno, il che costituisce un sintomo certo di un deficit di cultura davvero democratica e costituzionale.
Dal G8 di Genova del 2001 in poi, i casi di abusi di potere, di torture, di decessi durante fermi per strada, e anche di cariche ingiustificate ai cortei, di lacrimogeni sparati ad altezza di persona sono stati innumerevoli, per non parlare dei moltissimi casi di verbali menzogneri, ma non è stato mai possibile discuterne in pubblico seriamente. Chi tenta di parlarne, anche rispetto ai processi in corso, è tacciato di avere pregiudizi verso le polizie ed è guardato con sospetto perfino nel mondo dei media, che pure sarebbero deputati a esercitare una funzione di critica e controllo di tutte le istituzioni pubbliche.
Solo la magistratura e la Corte europea dei diritti umani sono riuscite a prendere la parola, con gli strumenti di cui dispongono: le sentenze, a volte anche clamorose. Ma anch’esse -perfino nei casi Diaz e Bolzaneto relativi al G8 genovese- sono rimaste lettera morta: non hanno spinto le istituzioni a fare autocritica e ad avviare i cambiamenti sollecitati. Sono regolarmente ignorati anche i rapporti delle autorità internazionali di garanzia, che più volte hanno evidenziato gravi carenze nelle polizie italiane, per esempio la ricorrente discriminazione nei controlli e nei trattamenti personali (la cosiddetta “profilazione razziale”). Una pratica nefasta diffusa in tutte o quasi tutte le polizie europee visto il clima che si respira nel continente in materia di immigrazione ma che l’Italia più volte, e ai più alti livelli istituzionali, ha respinto sdegnata, con fare negazionista.
In questo clima di silenzi al limite dell’omertà, la vicenda di Rogoredo indigna, ferisce e inevitabilmente alimenta dubbi e sospetti sulle condotte delle forze di polizia, per quanto l’inchiesta della Procura, stavolta, abbia scavato oltre lo “scudo” del pericoloso motto ripetuto ogni volta: “stare con le polizie, senza se e senza ma”.
All’opposto servono tutti i “se” e tutti i “ma” necessari a sollevare dubbi e accertare i fatti oltre l’ufficialità e le apparenze; tutti i “se” e tutti i “ma” utili a interrogarsi sulle strategie di cui c’è bisogno per far uscire le polizie italiane da quel cono d’ombra di protezioni preventive e di acritica immunità in cui prosperano i malintenzionati e le “tradizioni” professionali più opache e sbagliate. La vicenda di Rogoredo è a suo modo un manifesto (non il primo, né l’ultimo) che indica l’urgente necessità di una riforma democratica delle forze di polizia. Sempre che non sia troppo tardi, sempre che non appaia scandaloso anche il solo parlarne.