La forza necessaria dell’informazione indipendente
di Paolo Vernaglione Berardi -
Per la prima volta, forse dagli inizi degli anni 2000, c’è oggi la possibilità di creare un network dell’informazione indipendente. La rete “No bavaglio” che raccoglie decine di testate, mediattivisti e realtà della comunicazione e migliaia di operatrici e operatori dell’informazione, ha promosso la creazione di una rete che connette le diverse e variegate esperienze di giornalismo.
Martedì scorso a Roma, nella sala del Centro Ararat, una partecipata assemblea ha lanciato l’iniziativa, cruciale in un momento delicato e preoccupante per il feroce restringimento delle libertà di espressione e di informazione.
Gli attacchi continui, le minacce e la delegittimazione quotidiana subita a tutti i livelli del sistema dell’informazione da giornaliste e giornalisti, le querele temerarie e la generale condizione di rischio e di precarietà a cui sono soggetti tutti coloro che lavorano dentro e fuori dalle redazioni, nei blog e nelle agenzie stampa, pretendono che si costruisca un vincolo di solidarietà e una piattaforma di tutela e di ripristino della libertà di informazione.
In maniera proficua l’incontro ha fatto emergere i nodi più problematici del mestiere di giornalista, che si svolge in un’atmosfera che si è fatta sempre più irrespirabile. L’informazione, in Italia e nel mondo, da anni è a tutti gli effetti informazione di guerra. La censura è diventata sistemica e l’odio “social” diviene violenza reale contro chi intende il giornalismo con il coraggio quotidiano della verità.
Per i poteri, i nemici sono coloro che praticano il pensiero critico. La crisi del settore è crisi del lavoro e della democrazia, con deliberata e accelerata erosione dei corpi intermedi della professione e ricadute pesanti sulla libertà d’espressione.
In questo quadro si è rotto il rapporto tra stampa e popolazione. Certo, le trasformazioni tecnologiche hanno prodotto la generale mutazione del ruolo, del campo e della portata del lavoro giornalistico. Certo, i giornali hanno cessato di essere luoghi di lavoro collettivo e sono diventati catene di comando con agende, parole d’ordine e una manovalanza di gente sottopagata. Certo, giornalisti e giornaliste sono “pagati con la vanità”. Ma l’escalation mediatica della guerra all’informazione, il giornalismo sotto scorta e il ricatto da parte di editori il cui fine è alimentare propaganda e disinformazione, rendono necessaria la costruzione di una rete che connetta chi lotta per i diritti e chi resiste.
Per ciò è necessaria un’alleanza con movimenti sociali, associazioni, sindacati e realtà di una società civile in formazione che sostenga un progetto complessivo di ripristino del senso comune del ruolo e dell’attività giornalistica, in tutti i media e per tutte le figure professionali, sempre più ghettizzate.
Esistono anticorpi sociali contro il degrado del linguaggio: le associazioni, i movimenti e le chiese che continuano ad esprimersi contro guerra riarmo e genocidio. Esiste un’opinione pubblica da ascoltare e ci sono possibilità, per quanto disperse, difficili e faticose, di dare forza e consistenza alle notizie. Esistono due modelli alternativi di editoria, uno che resiste in un’esperienza più che cinquantennale, ed è l’esperienza travagliata della cooperativa editoriale; l’altra, che si va affermando, è l’editoria “dal basso”, frutto di crowfounding, che sta diventando, giustamente, istituzionale.
Varrebbe dunque la pena immaginare una forma ibrida di struttura editoriale, sostenuta da una rete di associazioni, enti non-profit e strutture di volontariato, che comprenda le testate cartacee, web e radio, sostenute da un azionariato popolare. È una proposta.
Il tutto per creare un fronte ampio di verità, una rete di sicurezza e di mutualismo che, a partire dal giornalismo, lo attraversi per creare un modello diverso e sostenibile di informazione. Per questo è urgente riscoprire la conflittualità della verità, accendere la luce, creare possibilità e luoghi di incontro, raccogliere esperienze, avviare tutele legali, e, se possibile, aprire la professione, immaginando interazioni con altre arti e mestieri: insegnanti, performers, operatori della cultura, studenti, ricercatori e quelle case editrici, molte, che rischiano per una produzione culturale che sfida l’editoria di catena.
La posta in gioco è alta e vale giocarla. L’inizio fa ben sperare.