Il Bene Comune, Papaleo firma il suo film più personale e controcorrente
Rocco Papaleo torna alla regia con "Il Bene Comune", firmando un’opera che conferma con coerenza la sua identità autoriale...
Un film che sfugge alle etichette: non è una commedia in senso classico, non è un dramma, e non si ispira a fatti realmente accaduti, pur mantenendo una forte dimensione di verosimiglianza.
È proprio in questa zona intermedia che si colloca il cinema di Rocco Papaleo, capace di mescolare leggerezza e riflessione senza mai cedere a soluzioni semplici. Il tono è quello che il pubblico ha imparato a riconoscere: un’ironia sottile, mai invasiva, che accompagna lo spettatore senza guidarlo, lasciandogli il tempo e lo spazio per interrogarsi sui temi proposti.
Dal punto di vista registico, Papaleo costruisce una narrazione lineare, ma volutamente dilatata, dove il percorso conta più della destinazione. Una scelta che trova piena espressione nell’ambientazione: il Parco del Pollino diventa elemento centrale del racconto, non semplice sfondo ma presenza viva e simbolica. I suoi paesaggi, ancora poco esplorati dal grande cinema, contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, quasi fuori dal tempo.
La fotografia valorizza la dimensione naturale con un uso attento della luce e degli spazi aperti, mentre la scenografia si affida alla forza del territorio. In questo contesto, il Pino Loricato assume un ruolo fortemente metaforico: simbolo di resistenza e adattamento, diventa il riflesso delle esistenze raccontate nel film.
La struttura narrativa è corale. I protagonisti, impegnati in un percorso all’interno del parco, condividono frammenti delle proprie vite: storie non vere, ma plausibili, che si intrecciano dando forma a un racconto collettivo. Al centro si colloca Biagio, interpretato dallo stesso Papaleo, ex militare e guida del parco, figura che funge da punto di equilibrio tra le diverse traiettorie narrative.
Il cast si distingue per solidità ed equilibrio. Vanessa Scalera, Claudia Pandolfi e Teresa Saponangelo restituiscono personaggi credibili e mai stereotipati, mentre Andrea Fuorto, Rosanna Sparapano e Livia Ferri – quest’ultima anche autrice delle musiche – contribuiscono a costruire un ensemble eterogeneo ma coerente.
Particolarmente riuscita è la gestione del doppio ruolo di Papaleo, che evita di accentrare su di sé il racconto, preferendo una dimensione corale. Anche la scrittura segue questa direzione: dialoghi essenziali, spesso sospesi, che rinunciano alla battuta immediata per lasciare spazio a una riflessione più ampia.
Il film propone una riflessione sul significato stesso di “bene comune”, senza mai esplicitarlo in modo didascalico. Il tema emerge progressivamente, attraverso le esperienze dei personaggi e il loro confronto con un ambiente che li costringe a rallentare e a ridefinire le proprie priorità.
Non mancano alcune criticità: il ritmo, in diversi passaggi, appare eccessivamente dilatato e alcune linee narrative risultano solo accennate. Tuttavia, si tratta di limiti che non compromettono la coerenza complessiva dell’opera.
Il Bene Comune si conferma così un film in linea con la poetica del suo autore: misurato, riflessivo e distante dalle logiche più immediate del cinema commerciale. Un lavoro che privilegia il percorso interiore rispetto all’azione e che trova proprio in questa scelta la sua cifra distintiva.
Voto: 7.5/10
Giorgio Maria Aloi