IL DIAVOLO VESTE PRADA 2

Tra eredità iconica e nuove regole di gioco...

IL DIAVOLO VESTE PRADA 2

Il Diavolo Veste Prada 2

Dopo anni di attesa, “Il Diavolo Veste Prada 2” arriva con il peso non indifferente di un’eredità culturale importante. Il primo film, “Il Diavolo Veste Prada” (2006), non era soltanto una commedia brillante ambientata nel mondo della moda, ma un racconto incisivo sulle dinamiche del potere, sull’ambizione e sul prezzo del successo.

Questo secondo capitolo sceglie consapevolmente di non replicarne la struttura, ma di interrogarsi su cosa sia rimasto – e cosa invece sia cambiato – in un settore e in una società profondamente trasformati dall’avvento del digitale. Il risultato è un film che conserva l’eleganza e il fascino dell’originale, ma si muove su coordinate più riflessive, meno immediate, forse anche più adulte.

Al centro della narrazione ritroviamo Miranda Priestly, ancora interpretata da Meryl Streep, che si conferma il fulcro magnetico dell’intera operazione.

Tuttavia, rispetto al passato, il personaggio appare attraversato da una sottile fragilità: non perde la sua autorevolezza, ma lascia intravedere crepe legate a un sistema che non controlla più come un tempo.

La sua lotta non è più soltanto contro collaboratori o rivali, ma contro un cambiamento strutturale che mette in discussione il suo stesso ruolo.

Accanto a lei, Andy Sachs – ancora una volta interpretata da Anne Hathaway – torna con una consapevolezza completamente diversa. Non è più la giovane inesperta che si affaccia al mondo del lavoro, ma una donna che ha costruito la propria identità e che ora si trova a confrontarsi con nuove contraddizioni. Il suo riavvicinamento all’universo della moda diventa così uno specchio attraverso cui osservare il conflitto tra integrità personale e compromesso professionale.

Emily, interpretata da Emily Blunt, rappresenta invece l’evoluzione più evidente: da figura secondaria e tagliente a protagonista pienamente inserita nei meccanismi contemporanei del settore. Il suo personaggio incarna la capacità di adattarsi, di sfruttare le nuove regole del gioco e di trasformarle in opportunità. In questo equilibrio tra continuità e cambiamento si inserisce anche Nigel, ancora una volta affidato a Stanley Tucci, che si conferma uno dei punti emotivi più solidi del film. Il suo sguardo, ironico ma disilluso, funge da contrappunto alle tensioni narrative, offrendo una prospettiva più lucida sul mondo che lo circonda. Nigel non rincorre il cambiamento né lo rifiuta: lo osserva, lo interpreta, e in qualche modo lo accetta senza rinunciare alla propria identità.

Proprio nell’evoluzione di questi personaggi emerge una lettura più profonda, che arricchisce il film oltre la sua dimensione narrativa. Come osserva lo psicoterapeuta Giuseppe Femia in un’analisi pubblicata su Vanity Fair Italia, significativamente intitolata “Il Diavolo Veste Prada 2 sotto la lente dello psicologo”, i protagonisti sembrano condividere una stessa tensione emotiva, segnata da quello che definisce “il fantasma del fallimento”: la paura, più o meno consapevole, di non avere più un posto nel mondo che li ha definiti.

E’ in questa prospettiva che Andy assume una dimensione ancora più complessa. Nonostante la crescita professionale, permane in lei una fragilità riconducibile alla sindrome dell’impostore: anche di fronte ai risultati, resta il dubbio di non essere mai abbastanza. Il bisogno di approvazione, amplificato dal contesto digitale, diventa così parte integrante del suo percorso, alimentando un perfezionismo tanto ambizioso quanto fragile.

Miranda rappresenta invece l’estremo opposto: una figura costruita su un controllo quasi assoluto, dietro cui si cela una paura più sottile, quella del declino. La sua apparente invulnerabilità si incrina nel momento in cui il cambiamento diventa inevitabile, rivelando una vulnerabilità che non si espone apertamente, ma che attraversa ogni sua scelta.

Emily incarna una ricerca costante di riconoscimento. La sua evoluzione non è soltanto una scalata professionale, ma anche una risposta a un senso di invisibilità mai completamente superato. Il suo perfezionismo diventa performativo, quasi necessario per sostenere un’identità costruita sullo sguardo degli altri.

Ancora più sfaccettato è il caso di Nigel, che si inserisce in quella che Femia definisce una forma di narcisismo “covert”: una vulnerabilità mascherata da ironia e apparente leggerezza. Il suo bisogno di essere indispensabile resta implicito, mai dichiarato apertamente, rendendolo uno dei personaggi più sottili e contemporanei del film.

In questo senso, “Il Diavolo Veste Prada 2” si configura come una vera e propria parabola sull’accettazione dell’imperfezione, in cui il fallimento non è più un’eccezione, ma una condizione con cui imparare a convivere. E’ proprio da questa consapevolezza che nasce la possibilità di una trasformazione autentica.

Uno degli elementi più riusciti del film è la riflessione sul presente. Il mondo della moda non è più quello elitario e verticale nel primo capitolo: oggi è frammentato, veloce, spesso guidato da logiche digitali che privilegiano l’immediatezza rispetto alla profondità. Influencer, piattaforme social e nuove forme di comunicazione hanno ridisegnato le gerarchie, mettendo in crisi il giornalismo tradizionale e costringendo figure storiche come Miranda a ridefinire il proprio spazio. Il film affronta questo cambiamento senza semplificazioni, mostrando sia le opportunità che le contraddizioni di un sistema sempre più accessibile ma anche più instabile.

Dal punto di vista stilistico, l’opera mantiene un’elevata cura formale. I costumi continuano a essere centrali, ma riflettono un’estetica più contemporanea, meno legata alla rigidità dell’alta moda classica e più aperta a contaminazioni e sperimentazioni. Anche la regia accompagna questo passaggio, scegliendo un ritmo meno incalzante rispetto al primo film e privilegiando momenti di osservazione e introspezione.

Il film introduce inoltre nuovi personaggi, legati soprattutto al mondo digitale e alle nuove professioni emergenti. Non si tratta di figure destinate a sostituire i protagonisti storici, ma piuttosto di elementi che contribuiscono a ridefinire il contesto, mettendo in evidenza le differenze generazionali e culturali. A rendere il tutto ancora più interessante intervengono alcuni camei ben inseriti, provenienti dal mondo reale della moda e dei media: apparizioni brevi ma efficaci, che rafforzano il senso di autenticità e creano un ponte diretto con la contemporaneità.

Anche il comparto tecnico contribuisce in modo decisivo alla riuscita del film. La regia si conferma elegante e controllata, capace di gestire con equilibrio i momenti più dinamici e quelli più riflessivi, senza mai perdere coerenza stilistica. Ogni inquadratura sembra costruita con precisione, con una particolare attenzione alla composizione e ai dettagli visivi che accompagnano l’evoluzione dei personaggi.

La fotografia gioca un ruolo fondamentale nel definire l’identità del film: i contrasti tra ambienti luminosi e spazi più freddi riflettono perfettamente la dicotomia tra il mondo patinato della moda e le sue zone d’ombra più realistiche. Il risultato è un’estetica raffinata ma funzionale, mai fine a sé stessa. A completare l’impianto tecnico, la colonna sonora accompagna la narrazione con discrezione ma efficacia, sottolineando i momenti chiave senza mai sovrastare le immagini.

Nonostante i numerosi punti di forza, il film non è privo di difetti. Alcune linee narrative risultano meno sviluppate del necessario e il ritmo, in determinati passaggi, tende a rallentare eccessivamente, dando l’impressione di una durata leggermente dilatata. Tuttavia, si tratta di imperfezioni che non compromettono la riuscita complessiva del progetto.

Nel complesso, “Il Diavolo Veste Prada 2” si rivela un seguito all’altezza delle aspettative, capace di rispettare lo spirito dell’originale senza restarne intrappolato. È un film che intrattiene, ma che allo stesso tempo invita a riflettere sul cambiamento, sull’identità e sul rapporto tra passato e futuro. Un’opera che evolve insieme ai suoi personaggi e che, pur con qualche incertezza, riesce ancora a lasciare un segno.

Voto: 8/10

Giorgio Maria Aloi