Dal Ponte di Messina alla diga di Genova: tutte le deroghe in nome del riarmo
Dai pedaggi autostradali alle deroghe al ponte di Messina fino ai controlli sulla spesa delle armi. Tutto in un decreto che tratta di infrastrutture. Non è la prima volta. Accade da quando i decreti assomigliano a salsicce che contengono le norme più eterogenee può capitare che le commissioni parlamentari discutano di emendamenti che appaiono all’improvviso, e altri che sono riscritti tra blitz, tentativi a vuoto, e altri riusciti. È il caso di un Dl infrastrutture, in discussione alle commissioni riunite Ambiente e Trasporti della Camera. È assurto alle cronache quando la Lega ha cercato di aumentare i pedaggi autostradali in piena estate. Proposta ritirata. Ieri è stato presentato un nuovo testo ma senza aumenti.
Ieri un altro caso ha riguardato il decreto che dovrebbe essere approvato entro la settimana. La Cgil ha lanciato un triplice allarme: su due emendamenti(1.46 e 3.038) che riguardano diversi aspetti del Ponte di Messuna caro a Salvini e su un altro sul quale si vocifera da giorni su possibili norme per l’acquisto di armamenti senza controlli da parte della Corte dei Conti e della Ragioneria generale dello Stato.
Per Pino Gesmundo, segretario confederale della Cgil, l’emendamento 1.46 prevederebbe l’inserimento «di diritto» della società «Stretto di Messina Spa» tra le «stazioni appaltanti qualificate». Ciò permetterebbe a una società «senza esperienza operativa recente nella gestione di appalti miliardari» di eludere «il sistema (…) dei codice dei contratti, aprendo così la strada a procedure opache fuori da ogni controllo e garanzia di trasparenza».
L’emendamento 3.038 apre alla possibilità, anch’essa discussa nei giorni dell’approvazione in sede Nato dell’aumento della spesa militare al 5%, di contabilizzare opere come il Ponte di Messina. O la diga foranea di Genova. «Colpiti dalla ‘febbre’ da riarmo» hanno detto ieri da Genova Luca Pirondini (M5S) e Lorenzo Basso (Pd).
L’emendamento parla di una deroga accelerata alla valutazione di impatto ambientale per i progetti definiti di «difesa nazionale». A parere della Cgil si tratta di una «definizione ambigua e arbitraria» che potrebbe essere estesa a opere civili e infrastrutturale. Ciò servirebbe al governo per gonfiare i conti e dimostrare di contribuire così alla quota dell’1,5% del Pil per le opere a supporto dell’economia di guerra.
Le tesi della Cgil «sono del tutto prive di rispondenza ai fatti» ha risposto l’Amministratore delegato della Stretto di Messina Pietro Ciucci. Per quest’ultimo «il progetto del Ponte ha rispettato tutte le norme previste e in nessun caso l’opera elude responsabilità ambientali». Punti sul vivo si sono fatti sentire anche quelli della Lega alla quale la mega-opera interessa molto. L’attacco alla Cgil è stato immediato. «La Cgil si occupi di organizzare referendum, visto il grande risultato delle consultazioni celebrate poche settimane fa, e lasci alla Lega il compito di fare l’interesse degli italiani, con un’opera che porterà più di 100 mila posti di lavoro e ricchezza a tutto il Paese» ha detto il leghista siciliano Nino Germanà. «L’operazione della Lega è una delle più sporche che si ricordino negli ultimi trent’anni della Repubblica – ha risposto Filiberto Zaratti di Avs – vogliono nascondere tutto, impedire controlli e dissenso. Per questo attaccano violentemente la Cgil che ha denunciato la cancellazione di ogni controllo di legalità».
Nel decreto-salsiccia sulle Infrastrutture ci potrebbe anche essere un altro blitz. Si vorrebbe infatti velocizzare gli acquisti di materiali bellico bypassando i controlli della Corte dei conti, formando un’apposita commissione che svolga il controllo sui contratti. «Una misura che amplificherebbe modelli decisionali rischiosi in contrasto con i principi costituzionali» sostiene la Cgil. Per le opposizioni è «un’elusione dei controlli su miliardi di spesa militare» sostiene Elisabetta Piccolotti (Avs). «Si vuole accelerare la corsa al riarmo sottraendola ai controlli sugli applti della P.A.» dicono Mrco Pellegrini e Bruno Marton (M5S).